IL GIOCO DEI SIMBOLI, LA POTENZA DEI SIMBOLI
Prof. :Ti vedo pensieroso, Pierino.
Pierino: Sì, in effetti sono un po’ confuso, per via dei simboli utilizzati.
Abbiamo detto che il differenziale di una funzione, ossia la
quantità
(differenziale = prodotto della derivata per l’incremento
della variabile indipendente), viene indicato con .
Quella “d” sta dunque per “differenziale”?
Prof : Certo.
Pierino: Ma a me quella “d” fa anche venire in mente la questione delle “differenze infinitesime” !
Abbiamo sempre detto che, in matematica, il simbolo principe
per indicare differenza è ;
e che tuttavia, se si pensa a una differenza “piccolissima”, “tendente a zero”,
“infinitesimale”, al posto del simbolo
si va preferibilmente a sostituire il simbolo
.
Ad esempio, se penso a un punto in movimento, e lo osservo
in due istanti di tempo successivi ,
quando ha velocità rispettivamente
,
potrò dire che nell’intervallo di tempo
la variazione di velocità è stata
.
Ma se i due istanti di tempo li penso estremamente ravvicinati, preferirò
parlare di un intervallino di tempo
nel quale è intervenuta una piccolissima
variazione di velocità
.
Prof : Parole sante.
Pierino: Dunque, se trovo da qualche parte il simbolo ,
dovrò presumere che indichi il differenziale della y, oppure un
incremento infinitesimo della y ?
Perché fra l’altro, se leggo come differenziale, allora
sarà un “incremento, calcolato non sul
grafico della funzione bensì sulla retta tangente (segmento MT della figura),
mentre se leggo
come incremento (infinitesimo) della
funzione, allora
mi indicherà il VERO incremento, quello
indicato dal segmento MQ della figura.
Prof : in effetti, potrebbe esserci una certa ambiguità.
D’altra parte, abbiamo sottolineato che il differenziale si rivela utile,
quando l’incremento della x è piccolo. In tali condizioni, MT ed MQ sono
“pressappoco uguali” e interpretare come indicatore dell’incremento sulla retta
tangente oppure sul grafico diventa tendenzialmente irrilevante.
Certo, il discorso diventerebbe assai più delicato se queste questioni dovessero entrare nella dimostrazione di un teorema … in tal caso, il “pressappoco” andrebbe valutato attentamente, e sarebbero necessarie di volta in volta considerazioni più “fini”.
Tuttavia, almeno per una prima “presa di confidenza” coi simboli, potremo dire che:
a)
il fatto se la scrittura vada letta come “differenziale della funzione
y” oppure come “incremento infinitesimo della variabile dipendente y”, si
desume dal contesto.
b) Le due possibili interpretazioni finiscono per rivelarsi sostanzialmente equivalenti perché il differenziale è di norma coinvolto in situazioni in cui, essendo piccolissimo l’incremento della variabile indipendente, tendono a identificarsi l’incremento VERO della variabile dipendente (MQ), e il valore APPROSSIMATO (MT) di tale incremento, che si ottiene sostituendo al grafico della funzione, il grafico della retta tangente.
Pierino: Bene. Però, se il differenziale trova la sua ragion
d’essere soprattutto quando l’incremento è piccolo piccolo, perché non indicare anche
quest’ultimo incremento con
anziché con
?
Prof : Comincio a preoccuparmi, Pierino. Non è che finirai col rubarmi il lavoro?
In effetti, in matematica si finisce per fare proprio così come stai suggerendo tu.
Avevamo posto, inizialmente:
= differenziale della funz. f = quantità che
bene approssima l’incremento della f, per un piccolo incremento della x
Ora diciamo che
|
si preferisce scrivere il differenziale di una funzione f sotto la forma
anziché ·
sia in considerazione del fatto che in un
differenziale possiamo pensare
·
sia per il fatto che, formalmente, se pensiamo alla
particolare funzione |
Pierino: quindi, adotteremo preferibilmente la scrittura:
al posto della
,
e, in tale scrittura
,
potremo interpretare indifferentemente il simbolo
come indicante:
· un piccolo incremento di x;
· il differenziale (a sua volta) della funzione identica y=x.
Ho capito bene?
Prof : Hai capito MOLTO bene.
Ora ti faccio un’anticipazione veloce di una questione con cui avrai a che fare soprattutto all’Università.
Perché, se non sbaglio, sei orientato a iscriverti a Matematica o a Fisica, giusto?
Pierino: sì, in effetti … la Fisica è difficile ma
interessantissima … la Fisica d’altra parte sarebbe ridotta pressoché a nulla
senza la Matematica … mi interessano tutte e due. Noto però che quando la
Matematica è coinvolta nella Fisica, spesso i procedimenti sono più “elastici”
e spediti, non si sta tanto a sottilizzare … Ad esempio, fin dalla classe Terza
abbiamo introdotto il concetto di “Lavoro” come “Forza moltiplicato
Spostamento” nel caso in cui la forza si possa considerare costante, poi
abbiamo detto che se la forza non è costante si va suddividere lo spostamento
in tanti “spostamentini” piccolissimi, che (anche se il moto è curvilineo), son
talmente piccoli da essere quasi dei segmentini, e si fa la somma dei singoli
contributi (o, volendo:
)
Insomma, voglio dire: non siamo andati ad approfondire più di tanto, se fosse del tutto corretto trattare un piccolo archetto alla stregua di un segmentino … e considerare “costante”, per un piccolo spostamento, una forza che comunque perfettamente costante non era … abbiamo intuito queste cose, e le abbiamo date per scontate. Di certi procedimenti, abbiamo dato delle giustificazioni solo parziali, o comunque un po’ “grezze”.
Non so quindi se sono più adatto per la Matematica o per la Fisica.
Prof : non devi pensare a un divario, ma ad una complementarietà.
Guai se, di fronte al problema di valutare il Lavoro nel caso di un moto curvilineo e di una forza non costante, noi ci ponessimo fin dall’inizio troppe esigenze di rigore: non ce la caveremmo più, rimarremmo intrappolati!
Diamo prima fiducia all’intuizione e al buon senso; con ciò, siamo condotti alla suddivisione dello spostamento in
spostamentini” , simili a segmentini, e all’idea di una forza che, nel corso di un singolo “spostamentino”, si mantiene “sostanzialmente costante” .
Dopodiché, vedremo!
L’analisi matematica puntigliosa potrà essere successiva a questo nostro approccio al problema.
Intanto, abbiamo intuito che il calcolo di un lavoro plausibilmente dovrebbe ricondursi al calcolo di un integrale definito.
Qualche ulteriore riflessione “strettamente matematica” potrebbe rendercene a questo punto completamente sicuri.
D’altra parte, l’esigenza di rigore non deve diventare “paralizzante” nemmeno in Matematica “pura” …
La “pulizia” del ragionamento è essenziale, ma i “motori” della comprensione e dell’invenzione matematica sono molteplici: la deduzione deve alternarsi con l’intuizione; l’attitudine ad astrarre, generalizzare, formalizzare coopera con la capacità di calarsi negli esempi, nei tentativi, nelle verifiche empiriche, nelle osservazioni, nelle analogie… e, perché no? di assecondare la suggestione e l’armonia sprigionata dai simboli.
Ricordi cosa diceva De Morgan?
Pierino: E’ vero… ma senta, prof., a quale anticipazione si riferiva?
Prof : Ah, sì, ci eravamo un po’ persi …
All’Università ti sarà probabilmente richiesto di tener presente il fatto seguente:
|
Il differenziale, scritto nella forma |
Pierino: ??????
Prof : Sia .
Allora
. Bene.
Se ora pensiamo x non più come variabile indipendente, ma come funzione di un’altra variabile, diciamo t, avremo:
e quindi avremo una funzione composta:
Quale sarà il differenziale di questa funzione y, che ora è vista come funzione di t anziché di x?
Vediamo:
in quanto
In definitiva:
anche se x è, a sua volta, una funzione. Il
nostro asserto è dimostrato.
Pierino: Cosa mi può
dire, per terminare, riguardo alla scrittura ?
In questo caso, e
hanno il significato di “piccoli incrementi”
e non di differenziali, giusto?
Infatti abbiamo imparato che sta per
“
quando
(e quindi anche
) è piccolissimo “ …
cioè, il simbolo è un simbolo agile per “vedere” la derivata
come limite del rapporto incrementale, al tendere dell’incremento a zero …
Dico bene?
Prof : ,
notazione introdotta da LEIBNIZ, ha proprio il significato che hai ricordato
tu.
D’altra parte, se anche interpretassimo questo simbolo come rapporto fra due DIFFERENZIALI anziché come rapporto fra due INCREMENTI INFINITESIMI, non sbaglieremmo.
Osserva infatti che si può scrivere, banalmente,
interpretando tutte le
come indicatori di “differenziale”.