Definizione:
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c punto
di massimo relativo per la funzione f(x)
c punto di minimo relativo per la
funzione f(x)
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Osservazioni
In questo caso si dice che il valore f(c) è un "massimo (minimo) relativo" per la funzione f. Dunque,
ü quando si dice "punto di massimo (minimo) relativo" si intende parlare di un'ascissa,
ü mentre quando si dice "massimo (minimo) relativo" ci si riferisce ad un'ordinata.
A volte, la locuzione "punto di massimo (minimo) relativo" viene usata non per indicare un'ascissa, bensì un punto della curva: il punto di coordinate (c, f(c) ). Quando ciò avviene, risulta chiaro dal contesto.
I punti di massimo relativo e minimo relativo prendono il nome complessivo di "estremanti relativi".
Le rispettive ordinate sono chiamate "estremi relativi".
Definizione:
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c punto
di massimo assoluto per la funzione f(x)
c punto di minimo assoluto
per la funzione f(x)
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Osservazione
Valgono osservazioni analoghe a quelle fatte in relazione alla definizione precedente:
“punto di massimo (minimo) assoluto” denota un’ ascissa, “massimo (minimo) assoluto” denota un’ordinata.
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Nella fig. 4 qui a fianco,
c1 e c3 sono punti di massimo relativo, e c3 è anche il punto di massimo assoluto. I massimi relativi sono f(c1) e f(c3); quest’ultima ordinata costituisce anche il massimo assoluto.
I punti di minimo relativo sono c2 e b; i minimi relativi sono f(c2) e f(b).
Non esiste un punto di minimo assoluto per la funzione rappresentata in figura: si ha soltanto un "estremo inferiore", che è poi, con espressione grossolana, “ l’ordinata del buco ”, ossia il
Fig. 4 |
Nota, caro lettore, che la funzione proposta come esempio qui sotto non è definita con x =a, dove abbiamo un “buco” o, in termini matematici più seri, una “discontinuità di terza specie” |
Un punto di massimo relativo può essere "forte" (o "proprio") oppure "debole" (o "improprio").
Definizione:
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Se c è un punto
di massimo relativo per la funzione se e solo se
ossia, se il simbolo
Può invece accadere (sebbene sia circostanza “rara”) che, pur essendo c un punto di massimo relativo, tuttavia in qualsiasi intorno di c
la funzione In tal caso si dice che c è un punto di massimo relativo “debole” (o “improprio").
Evidentemente, si potrebbe formulare una definizione “gemella” per stabilire quando un punto di minimo relativo possa essere detto “forte” o “debole”.
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La figura seguente, in cui compare una situazione di minimo relativo debole, dovrebbe illustrare efficacemente quanto detto.
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La fig. 5 qui a fianco rappresenta la funzione
Il punto c=0 è di minimo relativo debole. Infatti, in ogni intorno dell’ascissa c=0 la funzione ritorna infinite volte ad assumere l’ordinata f(0)=0. Possiamo dire che in un intorno di
c si ha sempre
Fig. 5 |
Nella figura abbiamo voluto rappresentare anche la parabola y=x2: il grafico di f(x) è infatti stretto fra tale parabola e l’asse x. |
Si può portare come ulteriore esempio la funzione di Dirichlet
Per essa, ogni ascissa razionale è di minimo relativo debole, e ogni ascissa irrazionale è di massimo relativo debole.
ü Osservazione.
Nel seguito, quando parleremo di “estremante relativo”, non intenderemo necessariamente che sia “forte”: potrebbe essere o forte, o debole.
Se
vorremo riferirci ad un estremante relativo “forte”, lo dichiareremo
espressamente.
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q Teorema 5 (di FERMAT). f sia definita su di un intervallo I e sia c un punto di massimo o di minimo relativo (brevemente: un estremante relativo), interno a tale intervallo (l’ipotesi che sia interno è indispensabile). Allora (se, beninteso, f è derivabile in c), risulta
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Osservazione 1
E' essenziale specificare che il punto di cui si parla è supposto interno all'intervallo di definizione della funzione: altrimenti, la tesi in generale non vale.
Ad esempio, nella fig. 6 qui a fianco, dove il dominio della funzione rappresentata è l’intervallo chiuso [a,b], il punto b è di massimo relativo, eppure la derivata (sinistra) in b non è nulla.
Il teorema non è applicabile, perché il punto b considerato non è interno all’intervallo ma ne è invece un estremo. Fig. 6 |
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Osservazione 2 La condizione f ' (c) = 0 è necessaria, ma non sufficiente affinché c sia un estremante relativo interno all'intervallo di definizione. |
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Nella fig. 7a qui a fianco, è rappresentata la funzione
Nell’ascissa 2 la derivata si annulla:
La retta tangente in (2;1) è perciò orizzontale. Tuttavia, il punto x=2 non è un estremante relativo. In corrispondenza di questo punto, il grafico della funzione attraversa la retta tangente. Quando ciò accade, si dice che siamo in presenza di un "punto di flesso". Dei punti di flesso ci occuperemo più dettagliatamente in seguito. Fig. 7a |
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Un po’ più inconsueto è il caso della funzione rappresentata qui a fianco (fig. 7b):
(il grafico di g(x) è compreso fra le due parabole y= -x2 e y = x2). Nel punto c=0 la derivata esiste e si annulla (verificalo!), ma non si tratta di un estremante relativo (e neppure di un punto di flesso). Fig. 7b
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Infine, il teorema vale (è ovvio, ma non nuocerà ribadirlo) sotto l'ipotesi che f sia derivabile in c; tale ipotesi è di norma verificata, ma non sempre: ad esempio, la funzione per c=0, ma non è derivabile in tale punto.
Fig. 7c |
y = abs(x) |
Dimostrazione del teorema 5.
Per assurdo.
Sia c un punto, tanto per fissare le idee, di massimo relativo, interno all’intervallo I di definizione della funzione.
Se fosse f ' (c) > 0, allora, per il Teorema 2, f sarebbe crescente in c, e c non potrebbe essere punto di massimo relativo, perché in un intorno destro di c i valori della funzione sarebbero maggiori di f(c).
Se fosse f ' (c) < 0, allora, per il Teorema 2, f sarebbe decrescente in c, e c non potrebbe essere punto di massimo relativo, perché in un intorno sinistro di c i valori della funzione sarebbero maggiori di f(c).
Analoga è la dimostrazione se si suppone che c sia di minimo relativo.